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La linea della "Base" - "Stato Democratico", 20 dicembre 1959

Stato Democratico n. 33, 20 dicembre 1959

E' senza dubbio negativo il fatto che le mozioni presentate al congresso di Firenze da parte delle diverse tendenze abbiano avuto una scarsa divulgazione; e ciò non perché la conoscenza di tali documenti servisse a interpretare i risultati pratici del congresso, già di per sé chiari in rapporto ai voti conseguiti dalle diverse liste, ma per favorire una migliore valutazione delle posizioni politiche e culturali esistenti all'interno della democrazia cristiana.

L'osservatore superficiale, infatti, tende a ridurre la dialettica interna al partito in contrapposizioni generiche (i conformisti e gli anti-conformisti, i conservatori e gli innovatori, i fautori del centro-destra e quelli del centro-sinistra) che hanno indubbiamente un loro valore se riferite alle conseguenze politiche immediate, ma che impediscono di cogliere le sfumature, i metodi, le motivazioni, che pure tanta importanza hanno per comprendere con esattezza le caratteristiche e la potenzialità, a livello del pensiero politico, dei diversi gruppi. Se si pensa poi che al congresso di Firenze il fatto più clamoroso era la frattura di iniziativa democratica, si viene a comprendere come la possibilità di valutare in una giusta luce gli atteggiamenti delle tendenze minori fosse ancor più difficile del solito.

Oltre ai discorsi fatti al teatro della Pergola, che sono in parte riusciti a dare una netta caratterizzazione a certe posizioni ben definite, rappresentano un ausilio indispensabile per chi voglia esprimere un giudizio attento e approfondito sulla situazione interna della DC e sui suoi sviluppi futuri.

Perciò abbiamo ritenuto pubblicare integralmente la mozione presentata dalla Base al congresso di Firenze. In essa, oltre alla ripresa di temi largamente dibattuti alla periferia e più volte approfonditi su queste stesse colonne, trovano posto non solamente dei giudizi politici precisi in ordine alla situazione presente, ma anche le indicazioni di fondo di una prospettiva fondata non tanto sulla protesta o sull'esasperazione del sentimento riformista quanto sulle scelte che la DC, tutta la DC, deve compiere per avviare a organica soluzione i problemi del paese.

Tali indicazioni possono essere raggruppate in tre ordini.

Il primo riguarda il partito, la sua natura, la sua funzione, la sua struttura democratica. Il rigetto del mito organizzativistico, l'accenno alle esigenze dello studio e del dibattito, la difesa della autonomia e della diretta responsabilità politica della DC, mostrano una concezione del partito per molti aspetti diversa da quella comune alla vecchia iniziativa democratica o alla destra incline al clerico-moderatismo.

Il secondo riguarda i diversi aspetti di una politica programmaticamente orientata ad un profondo rinnovamento delle strutture tradizionali della società nazionale. La critica al riformismo settoriale, la richiesta di una trasformazione in piano dello schema Vanoni e di un riordinamento degli strumenti della Politica economica, la ripresa dei temi del potenziamento delle autonomie locali e regionali come strumenti di una organica trasformazione in senso democratico dell'ordinamento statuale, il collegamento tra la politica interna e quella estera, mostrano una visione unitaria e generale della programmazione politica.

Il terzo riguarda i rapporti della DC con gli altri partiti, ed in particolare col PSI, per un allargamento non integralistico o strumentalizzato della base democratica dello stato. La collaborazione tra forze politiche diverse, il rispetto pieno del metodo parlamentare, la difesa non chiusa e intollerante delle caratteristiche ideologiche dei partiti, dimostrano la volontà di individuare gli strumenti politici dello sviluppo democratico e civile della società italiana.

Sono, questi, punti fermi di una impostazione legata ad una prospettiva strategica e non solo a formule contingenti o particolari: si tratta di una linea politica sostenuta con intransigenza da una tendenza, ma per indicare a tutto il partito la via di un impegno unitario e antimoderato per la costruzione della stato democratico in Italia.

COSTRUIRE LO STATO DEMOCRATICO COL METODO DELLA LIBERTA' E IL CONSENSO DEI PARTITI

Il VII congresso nazionale della democrazia cristiana, riunito a Firenze nei giorni 23-28 ottobre 1959, presa in esame la situazione politica con particolare riguardo agli atteggiamenti ed alle responsabilità delle forze politiche che operano nel parlamento e nel paese ed all'impegno del partito a perseguire una politica coerente con le tradizioni democratiche ed antifasciste del movimento dei cattolici italiani e aperta alle esigenze dell'allargamento dei consensi allo stato democratico, secondo il metodo della libertà e del rispetto della funzione dei partiti democratici, ha rilevato:

1) Lo "stato di necessità" invocato in momenti particolarmente difficili della vita parlamentare e degli enti di autonomia regionale e locale deve essere considerato un rimedio contingente che non deve impedire anzi, deve sollecitare nel partito la ripresa dell'iniziativa politica per il perseguimento di fini di ampliamento dello stato democratico e di una corretta impostazione dei rapporti con i partiti democratici.

2) La DC - nell'esercizio della sua autonoma responsabilità politica - ritiene incompatibile con la sua linea e con la sua tradizione ogni politica ed ogni schieramento di forze in sede nazionale o locale che contraddisca alla funzione di mettere contemporaneamente alla opposizione la destra anticostituzionale ed il frontismo comunista, e pertanto rifiuta ogni posizione politica e respinge ogni atteggiamento che conduca oggettivamente - anche senza un formale accordo - all'inserimento della DC in uno schieramento comune con le forze della destra monarchica e fascista, inserimento che produrrebbe l'inevitabile effetto di costringere alla opposizione forze sinceramente democratiche o, addirittura, di spingerle verso lo schieramento frontista.

3) Compito della DC è quello di promuovere l'allargamento dell'area democratica dello stato, non solo, com'è suo preciso impegno e diritto, attraverso il conseguimento - nei modi e nei tempi fissati dalla costituzione - del maggiore suffragio elettorale possibile, ma anche promuovendo le alleanze tra le forze democratiche o creando le condizioni perché si allarghi nell'ambito dello stato il numero di queste forze politiche.

4) La politica di collaborazione con le forze democratiche, che si sviluppa con le formule centriste di questo dopoguerra, fu utile finché poté essere uno strumento difensivo di conservazione dell'area dello stato democratico dalla pressione dei due blocchi eversivi di estrema destra e di estrema sinistra; ed in tale funzione la politica centrista svolge una efficace azione per la messa in crisi della saldezza frontista dello schieramento di sinistra.
Ma dal 7 giugno 1953 in poi, l'ulteriore messa in crisi dello schieramento frontista - ed il conseguente isolamento politico del PCI ed inserimento del PSI nell'area democratica - non può essere perseguita da una politica centrista, di per se incapace ad affrontare le riforme di struttura necessarie a raggiungere gli obbiettivi della politica di sviluppo indicati dallo schema Vanoni e richiesti dall'inserimento del nostro paese nella collaborazione economica internazionale.

5) Sul terreno concreto delle collaborazioni delle forze politiche, la DC è impegnata a creare le condizioni di un'area di partiti democratici più ampia di quella necessaria per conseguire una maggioranza parlamentare. Infatti, secondo l'insegnamento lasciato al partito da De Gasperi (relazione al congresso di Napoli), nell'ambito della più vasta unità nazionale - costituita dalle forze che accettano la democrazia costituzionale - deve esistere una più stretta unità operativa tra forze che possono collaborare nel parlamento e nel governo e negli enti locali. In questa concezione, il PLI - pur essendo una forza politica collocata nell'area di fedeltà alla democrazia costituzionale - si è rivelato inadeguato a perseguire i fini di una politica di sviluppo nell'ambito di una unità operativa di governo e ad allargare ulteriormente i consensi allo stato democratico.

Secondo questa visione, il problema del PSI e della sua disponibilità per una politica nell'ambito delle forze che accettano la democrazia costituzionale non può essere posto sul mero piano di accrescimento della socialità, ma sulle prospettive di costruzione dello stato, e cioè come problema di libertà e di ampliamento dello stato di diritto, anche a favore dei ceti e delle forze che ne sono state finora escluse. E' infatti sui temi concreti della libertà che va posto ogni problema di collaborazione nello stato democratico tra forze politiche.

La richiesta ai socialisti dello scioglimento dei vincoli di solidarietà con i comunisti nelle fabbriche, nelle amministrazioni locali, nelle cooperative va accompagnato da una politica che sappia assicurare: la libertà nelle fabbriche - portando sul piano del diritto i rapporti di forza di pressione economica -; l'autonomia delle amministrazioni locali; l'attuazione dell'ente regione; lo sviluppo della cooperazione nello stato democratico.

La richiesta ai socialisti di superare il mito di classe potrà essere efficace solo se la DC saprà sostituire a quel mito l'ideale di una politica di solidarietà nazionale per l'attuazione dei fini dello sviluppo e del progresso della società e offrire gli strumenti per una collaborazione di tutti i cittadini, singoli e associati, negli organismi di decentramento e di autonomia in cui si articola la vita sociale.

6) Lo strumento concreto della collaborazione dei partiti e delle forze democratiche nello stato per l'ampliamento delle libertà e nella politica di sviluppo storicamente indicata dallo schema Vanoni. Questo schema, per diventare realmente il punto di incontro delle forze democratiche nello stato per l'ampliamento delle libertà e le precise scelte di politica economica necessarie per la sua attuazione. A tale fine, è più che mai urgente:

  • trasformare lo schema in piano vero e proprio, per la programmazione della politica economica in relazione all'andamento della congiuntura e per dare una direzione organica agli interventi pubblici nei settori propulsivi;
  • trasformare lo schema in piano vero e proprio, per la programmazione e coordinamento, avvalendosi di un comitato di politici e di tecnici dotato dei necessari poteri per garantire organicità ed efficienza della politica economica del governo;
  • costituire un ente nazionale dell'energia per il coordinamento e della produzione e distribuzione dell'energia allo scopo di garantire l'intervento propulsivo dello stato, specie nelle aree depresse meridionali, onde consentire un più adeguato sviluppo industriale;
  • elaborare annualmente un bilancio preventivo di fabbisogno di investimenti, con l'indicazione analitica delle quantità per settore necessarie per garantire un ritmo ed una direzione di riequilibrio dell'economia italiana, in modo da coordinare gli incentivi e integrare le carenze per ovviare alle scarsità o agli eccessi di investimento;
  • organizzare la politica del credito, con necessari controlli, quella fiscale, con incremento delle imposte dirette e quella dello sviluppo e della localizzazione geografica delle imprese pubbliche, con un efficiente riordinamento delle partecipazioni in relazione agli obbiettivi del piano;
  • incrementare gli investimenti in agricoltura, con la imposizione di miglioramenti alla proprietà fondiaria, per i fini della trasformazione delle culture in armonia con le esigenze del mercato comune anche mediante una valorizzazione degli enti di riforma nelle zone di nuova agricoltura;
  • coordinare la programmazione generale con la programmazione a livello regionale, in modo da consentire un accentramento di compiti, ai fini dello sviluppo economico anche in sede periferica.

7) Oltre alle scelte di politica interna, anche quelle di politica estera sono strumenti essenziali per la collaborazione dei partiti democratici. I recenti avvenimenti internazionali, capaci a dare l'avvio ad un nuovo metodo di rapporti internazionali nel clima della distensione e di promuovere relazioni economiche sul terreno della concorrenza tra i due blocchi contrapposti, richiedono da parte del nostro paese un contributo dinamico per favorire, nell'ambito delle alleanze tradizionali, lo sviluppo di pacifiche relazioni tra i popoli. In particolare, risulta necessario:

  • contribuire attivamente al raggiungimento di un disarmo bilanciato e controllato, il più esteso possibile, avvalendosi in special modo della partecipazione dell'Italia alla commissione dei dieci per il disarmo;
  • favorire, nel quadro della distensione e competizione pacifica, il riconoscimento delle modificazioni di fatto intervenute in alcuni paesi del mondo, una efficace ripresa degli scambi culturali, commerciali ed economici con tutti i paesi, senza esclusivismi ideologici, ma senza rinunciare alla difesa delle tradizioni civili e dei popoli liberi;
  • interpretare l'alleanza atlantica non solo come accordo dífensivo e militare ma come solidarietà che, pur nella dignitosa autonomia dei singoli paesi, si estenda al campo economico, sociale e culturale per risolvere quei problemi che sono vitali per il progresso della comunità occidentale;
  • contribuire ad una soluzione equa del problema di Berlino e dell'unità della Germania, non escludendo un esame realistico per la eventuale creazione di una fascia demilitarizzata nel centro-Europa;
  • Proseguire gli sforzi di integrazione europea specialmente sul terreno di una comune volontà politica, ostacolando la formazione di cartelli nell'ambito del Mec e facendo partecipare i popoli più che le diplomazie alla unifìcazione del continente e alla vita degli organismi sin qui operanti;
  • intensificare i legami di collaborazione e di scambio con i paesi sottosviluppati o coloniali, con speciale riferimento all'area mediterranea, non solo attraverso i necessari aiuti economici, ma soprattutto attraverso un aperto contributo alla conquista delle loro libertà politiche e civili.

Il VII congresso della DC impegna il partito e gli uomini che lo rappresentano nel governo all'attuazione intransigente di una politica secondo le linee sopra enunciate promuovendo senza indugi un incontro con le forze politiche e parlamentari capaci di offrire una maggioranza e di collaborare alla realizzazione di questa politica. A tale scopo, il partito deve:

  1. perseguire coerentemente il fine della effìcienza politica, sia pure nel quadro del costante rafforzamento organizzativo, efficienza che è garantita principalmente dall'ampiezza e dalla costruttività del dibattito interno, svolto con piena libertà e nella cosciente accettazione delle decisioni della maggioranza;
  2. assumere direttamente la responsabilità della elaborazione della politica di sviluppo economico, e cioè la formulazione per limiti definiti di tempo di un piano di sviluppo dell'economia e del reddito, che dovrà, per l'impegno politico del partito, trasformarsi in un programma operativo per l'azione dei governi a direzione democratico cristiana;
  3. svolgere, in vista delle prossime elezioni amministrative, un'azione politica per la valorizzazione delle autonomie locali che crei la possibilità di formare stabili amministrazioni mediante la costituzione di giunte di collaborazione con le forze democratiche secondo la valutazione politica riservata agli organi responsabili locali del partito, con la espressa esclusione della collaborazione di fascisti e comunisti. Nel quadro di questa politica, dovrà essere modificata in senso proporzionalistico la legge elettorale provinciale.

Seguendo questa politica e compiendo queste scelte la DC sarà così all'altezza del suo compito storico di costruzione dello stato democratico in Italia e di allargamento della sua base democratica nel paese.